
Carmagnola e Bonazzi, fanno interagire proficuamente la formazione teoretica con il pensiero di Jacques Lacan e questo consente loro di analizzare il berlusconismo non già come l’ennesima rappresentazione dell’ennesima leadership “ubuesca” o dell’ennesima dittatura mediatica, ma come sintomo dell’inceppamento che si è venuto a creare tra il desiderio moderno e il godimento ipermoderno.
Come si può facilmente intuire dalla produzione saggistica degli ultimissimi anni, nel dibattito scientifico si sta consolidando una linea interpretativa che tende a scorgere la cifra delle società contemporanee nel tramonto delle istituzioni (reali, come i Partiti e le organizzazioni statuali, o simboliche, come le figure pedagogiche e le istituzioni educative) che, in qualche modo, creino dei confini e dei limiti all’agire. La famosa evaporazione del padre costituisce, anche in questo caso, il grimaldello per capire come sia stato possibile arrivare dove si è arrivati, senza ricorrere al lamentoso e sterile j’accuse nei confronti delle masse. Qui si ragiona, invece, su come sia avvenuta una mutazione antropologica in cui siamo quasi condannati a un imperativo sociale che ci inchioda al godimento senza lasciare spazio al desiderio. In tal senso, e in sintonia con i recenti saggi di Žižek, Recalcati, Fiumanò, ma anche di Sloterdijk e Zoja – per altri versi – è come se l’uomo ipermoderno abbia lasciato impoverire il proprio Inconscio, inteso come giacimento del desiderio, per lasciarlo colonizzare da un Super Io sociale che, al contrario di quello che accadeva nella teoria freudiana, invece di stabilire regole e far adempiere la Legge, condanna l’umanità gadgetizzata dei talk show e dei reality a “godere”, a spingere al massimo le leve della trasformazione in turbo-consumatori.
E il fenomeno Berlusconi si iscrive proprio in questo frame: non ha più molto senso, osservano acutamente Carmagnola e Bonazzi, mettere in gioco le categorie moderne usate da Weber, Horkheimer, Habermas e neanche quelle della sociologia dei media di Castells. Berlusconi ha imposto la sua leadership all’Italia proprio perché è davvero antimoderno: egli riesce a saltare la mediazione della Legge perché personifica l’osceno della politica, tante volte utilizzato da Žižek come feticcio della contemporaneità. La differenza tra l’archetipo cinematografico del Caimano (Berlusconi nella narrazione filmica di Moretti) e l’archetipo del Divo (Andreotti in quella di Sorrentino), sta fondamentalmente nella estimità del primo, contro la distanza istituzionale del secondo: mentre il charisma del leader moderno poggia su un grigiore disincarnato e lontano che riverbera l’assoluta alterità simbolica della Legge (Andreotti, Berlinguer), il Caimano fa dell’allegoria e del somatismo (il ghigno associato alla “parola magica” Libertà) la chiave per impersonare il desiderio delle masse. Non c’è più distanza dal corpo del leader (come nella lettura di Belpoliti) e in questo significante abita il godimento liberato dei vincoli della Legge che il pubblico adorante possiede nel suo corredo antropologico.
Allora, più che usare concetti che hanno fatto la storia del Novecento, come quello di “coscienza reificata” di Lukàcs o le teorie dei Francofortesi sul carattere di desiderio reazionario (che appartiene al potere nella misura in cui esso si esplicita come il vettore che sfrutta a suo vantaggio i desideri repressi del popolo utilizzandoli contro l’interesse di quest’ultimo), gli autori suggeriscono di utilizzare il pensiero di Deleuze e soprattutto di Foucault per analizzare il berlusconismo come peculiare forma di “potere acefalo”. Secondo Foucault, infatti, il potere non nega e non proibisce, ma “soggettivizza”, “produce”. E produce, passando a Lacan, la messa in scena del godimento, della trasgressione, perché una quota di segreto (e sui segreti, veri o dissimulati, si gioca la dialettica e la semiologia del Caimano) è “necessaria” al potere; anzi, il potere ha addirittura bisogno di un “supplemento osceno”, dice Foucault, per auto legittimarsi. E Žižek quasi parafrasando le parole del filosofo di Poitiers, rincara la dose, affermando che l’ordine simbolico non può strutturalmente stare in piedi senza un lato segreto, osceno.
Ebbene, all’interno del fantasma di questa oscenità, il leader contemporaneo, l’archetipo del Caimano, ha reso vincente la sua biopolitica, fondata su una incarnazione della coazione al godimento che rappresenta l’esito ultimo dei meccanismi di funzionamento dell’immaginario politico nel tempo della sua crisi e dello svuotamento dell’ordine simbolico ufficiale che la politica professa. E in questa politica che non abita più tra gli scranni del Parlamento ma sotto i riflettori dei talk show, i vizi privati (che un tempo dovevano essere attentamente separati dalle pubbliche virtù) costituiscono la nuova biopolitica che fa presa sui corpi e sul sentire collettivo. Il potere, dunque, “soggettivizza” incorporando la trasgressione e, attraverso la figura del Caimano, la spinta al godimento assoluto assume la forma di un imperativo categorico che rifiuta la castrazione. Ecco “cosa” è Berlusconi: la transustansazione delle paillettes e dei balconcini di “Drive in” all’interno della vita politica.
“Berlusconi non gode al posto nostro” scrivono Carmagnola e Bonazzi, “gode per tramite nostro. È lui che gode tramite l’immaginario che organizza biopoliticamente il nostro godimento idiota”.
Franco Luceri · 707 settimane fa
Mimmo Pesare · 707 settimane fa
Tuttavia forse le è sfuggito che questo non è un "mio articolo", come scrive. Questa è solo una recensione di un libro che ho letto. Un libro, tra l'altro, che non si propone come vademecum politico ma come un saggio (accademico probabilmente) di taglio clinico/scientifico. Non possiamo essere tuttologi e rivolgerci sia a un pubblico di saggistica sia a un pubblico generalista, per cui non mi sembra di aver tradito una qualche responsabilità intellettuale, visto che di mestiere non faccio né il politico né il consigliere politico. Lavoro con le scienze umane e mi interessa la psicoanalisi e purtroppo questo è il loro lessico, seppure antipatico.
La ringrazio comunque del suo commento che, virtualmente, giro ai "veri" autori del contenuto che lei critica (in parte a ragione) come ermetico.
Credo fortemente che i linguaggi siano molteplici e molteplice l'uso che se ne fa e il target a cui si riferiscono.
E' vero, talvolta a me piace scrivere anche per "la massa" (come lei la definisce). Non in questo caso però. Il motivo per il quale mi è piaciuto recensire questo libro è il fatto che due brillanti analisti hanno provato a decodificare il fenomeno politico berlusconi non attraverso le solite analisi (di massa) sociologiche, che sono comprensibili ma che mi pare abbiano raggiunto un punto di non ritorno, ma con nuovi strumenti di comprensione clinica e psicopatologica. Chiaramente la psicopatologia non è un "bene di consumo" come disciplina e dunque un discorso sulla psicopatologia non può che delinearsi come discorso specialistico.
spero di aver risposto alla sua legittima osservazione.
Dott.Antonio Mazzeo · 707 settimane fa
Franco Luceri · 707 settimane fa
Silverio Tomeo · 707 settimane fa
Franco Luceri · 707 settimane fa
Paolo F. · 707 settimane fa
A mio avviso, non serve solo fare citazioninismo dotto (si riconosce la validità della recensione peraltro), ma qui è interessante parlare di utilità,servirebbe commutare quello di cui si è portatori ( valori, progetti, idee alternative) in qualcosa di meno autoreferenziale e militante, che sia di esempio per chi guarda,fatto di proposte concrete ed esempi, soprattutto quindi non avvantaggiandosi degli stessi meccanismi di cooptazione e non meritocrazia di chi si critica!
Silverio Tomeo · 707 settimane fa
Ferraris · 706 settimane fa